Al Farach
domenica, maggio 24, 2009
RANKURA uan
E allora non ti basta proprio stronzo ?
No, eh ?
Eh, stronzo, che si prova? E tu ancora, ancora vuoi fare il prepotente?
Eh ancora, ancora eh, non ti basta? Allora, ti devo proprio sfondare completamente?
Io ti straccio, schiatto, ti squarto del tutto
Che te credi.
Forse sono troppo intellettuale per te?
Mi hai inteso?
Hai ragione, troppo, troppo…
Non ti fa niente questo pugno dentro proprio dentro allo zigomo
Inchiavardato, che mò un altro termine non mi viene
E uso sempre lo stesso, il medesimo?
Che io so’ fatto così, così mi esprimo!
Quarche pobbema amico der cazzo?
Io so’ quello che te prendevi per il culo a scuola
E mo’ so’ io che ti ci inculo
Pobbema?
Non ci pensi nemmeno a quello che hai fatto?
Ti pare bello, stronzo, dare del tu a una persona anziana
Che tu nemmeno conosci, che tu nemmeno hai mai
Visto, e non ti muovere, che cazz… ti muovi pure
Stronzo, osi pure, non hai rispetto, nemmeno, ora che ti sto a
Maciullare stronzo a sventrare, cosa te sfrecci
A 100 all’ora in un centro abitato col suv del cazzo, te
L’ho già distrutto, hai sentito il botto, pezzo di merda
Ma che parlo a fare con te, quale rispetto, nessun rispetto uno
Stronzo mai un libro letto scommetto fa rima
Sai COS’è LA RIMA STRONZO?????
No, tu non lo sai nemmeno cos’è la rima stronzo
Io ti sfondo
Io ti sfondo il cranio
Te l’appiccico al pavimeno ora che sto con te steso
Sttttrrrrronzo non ti do tregua hai trovato il cazzo storto che ti ci inculo
Stronzo che mò regoliamo i conti una volta per tutte col botto
COL BOTTO ! e una VOLTA PER TUTTE lo dico solo per me stesso,
Me stesso STRONZO, che a te tutto è sempre DOVUTO, dalla vita permesso
E invece io, IO povero stronzo che cazzo ho avuto dalla vita eh stronzo?
Ma io mò ti inculo, almeno me vendico, apparo un po’ sto kharma
Del cazzo, e pure sti daccapo del cazzo, che almeno nella forma un senso ci ho trovato
Ché se a te penso col cazzo che mi smuovo, mi suicido, a te tutto permesso, a te tutto dovuto
Da te tutto arraffato, captato, burlato, che non vul dire solo
Per il culo pigliato, ma è un dantismo stronzo, ma che ne sai tu
Degli avari e prodighi che mò ti sventro, che se ci penso che se mi sale il sangue al cervello, che
Se mi ci metto ti inculo, ti slabbro l’ano e pure il retto, il colon, l’intestino, il duodeno e perfino
Il colendo e tutto l’armamentario
Gastrointestinale e tutta la minchia ti strapppo che a te tua madre
Ti ha educato davvero buono ma non nel mio senso
O nel senso di mia madre
Sttronzo
Stronza mia madre che mi ha edutato scemo, fesso, questo è vero
Vero del tutto chiedere scusa e pure posso
Posso incularti, scusa, per davvero?mercoledì, marzo 11, 2009
Oggidì l’edilizia è il settore economico trainante, anzi, per certi versi, è l’attività principale.
L’unica.
Non c’è cittadino che in modo diretto o indiretto non sia occupato nel ramo edilizia, ormai: l’altro giorno, ad esempio, sul lavoro, ho incontrato il mio vecchio professore di italiano alle medie. Anche lei qui ? Anche io…
D’altra parte anche io, un tempo, ero uno scrittore. Ma tant’è, bisogna adeguarsi ai tempi nuovi.
Bisogna essere tutti capaci di: impastare e stendere cemento, malta, calce, intonaco, e ciò che è più singolare, meritevole di ammirazione è che ci riusciamo anche in pochi metri quadri. E infatti, seppure alla bella e meglio tutti riusciamo a stendere travi, controsoffittare, sfondare pareti, alzare muri, ricavare solai, che tagliano in due una stanza e da una che era due ne producono.
Ultimamente stiamo lavorando all’interno di un condominio, ma proprio all’interno, cioè dentro le case stesse, dentro gli appartamenti per aumentare il numero delle stanze o, addirittura, ricavare altri appartamenti. Siamo stati divisi in diverse squadre e mandati in vari punti del condominio. Le famiglie che occupano gli appartamenti, a principio, si sono dimostrate abbastanza contente di averci tra i piedi, d’altronde sono loro ad averci chiamati, approfittando di una legge dello stato che incentiva le ristrutturazioni. Diciamo che questa legge c’è sempre stata e viene solo rinnovata, di anno in anno, nemmeno più ricordiamo quando è stata emanata per la prima volta. Avere gente che ti lavora in casa col tempo, però, può causare disagi, insofferenze e la polvere e il frastuono e le nuove bocche da sfamare e la convivenza in generale. D’altronde non c’è altra soluzione, o meglio un’altra soluzione c’è, ma, ormai, è pressocchè impraticabile: costruire altri condomìni che ospitino temporaneamente i condòmini che hanno ordinato lavori di ampliamento e/o ristrutturazione.
Per un po’ questa modalità è stata utilizzata (era d’altronde un ulteriore incentivo all’attività dominante, l’unica attività economica ormai praticabile). I condòmini costruendi venivano trasferiti momentaneamente in questi nuovi condomìni, costruiti a tempo di record o prefabbricati (ma in questo caso l’indotto che generava era misera cosa), per poi ripassare negli appartamenti originari una volta che i lavori fossero stati conclusi. Le costruzioni, per così dire d’appoggio, svuotate, venivano, a loro volta, rivendute, rioccupate, con nuovi inquilini. Qualcuno, però, si affezionava al suo nuovo appartamento e non voleva più tornare in quello precedente, ma casi del genere erano abbastanza infrequenti, anche perché la permanenza era, per contratto, temporanea, a tempo, e chi recalcitrava veniva sbaraccato con la forza. Ma questa soluzione ha purtroppo via via incontrato uno ostacolo quasi insormontabile che è poi la spina nel fianco della nostra attività dominante, assoluta, l’edilizia appunto. Non c’è più spazio per nuove costruzioni, niente, tutto occupato, esaurito. Non c’è centimetro quadrato nel nostro paese che sia vuoto. Qualcuno ha anche suggerito di abbattere il costruito e riedificarlo e anche questa soluzione è stata tentata, per il bene dell’economia nazionale. Sono state attuate autentiche transumanze di condòmini in altri condomìni, ospiti di altre famiglie o, addirittura, su navi cargo alla rada lungo le coste, su piattaforme appositamente costruite, sulle navi della marina militare e mercantile. Le persone, la famosa gente, sul principio, ha protestato, borbottato, ma, visto che in ogni famiglia c’è almeno un membro occupato nel ramo edilizio, la decisione è stata accettata. Qualche forma di protesta è invece scoppiata quando diverse famiglie hanno dovuto ospitare gli sfrattati temporanei: anche in quel caso, per motivi di convivenza. La casa è il nido di ciascuno, anche se non è di nostra proprietà, anche se si tratta di un alloggio temporaneo, di una catapecchia, è pur sempre il luogo ove ognuno di noi smette le maschere abituali, quelle adatte alla soglia minima di socializzazione, insomma, pur piccina che tu sia, o, per volare alto, parva sed apta mihi…E, insomma, vedersi violato, dall’oggi al domani, quel luogo segreto, da altre persone con le loro abitudini, i loro vizi (ben nascosti dalle mura di casa), beh, non può che provocare del malumore. Anche in questo caso,
La suddetta pratica, però, con gli anni, ha subito dei vistosi rallentamenti, anche perché alcune famiglie (un bel po’) sono state costrette a sacrificarsi anche più di una volta. I loro appartamenti venivano abbattuti e ricostruiti un po’ troppo spesso e non si faceva in tempo ad abituarsi al cambiamento che subito un altro era alle viste. Senza contare quelli che erano costretti a convivere con diverse famiglie, più volte, nell’arco della loro vita. Insomma, è buona norma per i governi, anche quelli più decisionisti, non tirare troppo la corda, pure di questi tempi, sicché la pratica detta “distruggi e ricostruisci”, ha subìto dei rallentamenti. Mentre continua a realizzarsi, a pieno regime, l’altra strategia di sviluppo edilizio, “costruire all’interno”, ed ecco perché io e la mia squadra ci troviamo, ormai da qualche mese, in questo appartamento.
In altri appartamenti di questo condominio lavorano altre squadre come la nostra, e, come la nostra, contano, al loro interno, avvocati, commercialisti, docenti, cuochi, cuoche, infermiere (è normale che lavorino in questo unico campo anche le donne, si tratta di una questione di parità, rivendicata a lungo dai gruppi femministi della nostra nazione). La maggior parte degli edìli, un tempo, era rappresentata soprattutto dai cosiddetti lavoratori atipici, precari, disoccupati, ma, col tempo, e giustamente, può ben dirsi che la precarietà lavorativa sia diventata, sorte comune.
Ora, invece, la precarietà, grazie all’edilizia, può ben dirsi totalmente scomparsa.
Purtroppo, però, tale tipo di costruzione, dall’interno, ha i suoi inconvenienti, oltre che per le famiglie residenti, anche per i lavoratori. A furia di pompare cemento, moltiplicare stanze, vani, alcune squadre sono rimaste letteralmente isolate dall’esterno, come minatori bloccati in una miniera. E dire che le imprese edìli profondono denaro e impegno nel settore della sicurezza e si occupano del comfort dei loro lavoratori, esse si occupano totalmente dei nostri stomaci, delle nostre menti, addirittura dei nostri stessi cuori. Purtroppo, però, non è stato previsto questo inconveniente e così alcune squadre (e le famiglie ospitanti) sono rimaste incastrate nei condomini, dietro a metri e metri di cemento, come mosche nell’ambra. Il fatto è che i lavoratori sono così entusiasti, così infoiati di pompare cemento sopra, sotto, dentro, fuori, che non s’accorgono di esagerare. E quando non ne potrebbero più, per ragioni fisiologiche, implorano i capi squadra di fornire loro degli aiutini, diciamo così, di carattere farmacologico. I capi squadri, a loro volta, e i geometri, i direttori dei lavori, che pure dovrebbero occuparsi dell’andamento dei lavori, spesso, rimangono bloccati essi stessi con le squadre, o, piuttosto, per far bella figura con le ditte, per dimostrare che la loro squadra è la più in gamba, sottacciono gli eventuali rischi, non frenano l’impeto dei massicci muratori al lavoro. E così è capitato che alcuni appartamenti risultassero irraggiungibili dall’esterno.
Certo, qualche caposquadra pure ha proposto alla dirigenza, in superficie, di abbattere e distruggere quello che c’era in mezzo e raggiungere, così, i poveri cristi rimasti insaccati in una bolla vuota in tanto pieno di pietra. Ma le imprese, di solito, respingono la proposta per i costi troppo alti. Qualcuno ha fatto notare che si potrebbe tornare alla vecchia strategia del distruggi e ricostruisci, ma questi appartamenti pure vanno venduti a qualcuno, insomma, le banche vogliono, giustamente rientrare del credito erogato. E che, si risponde, di solito a questi passatisti, andremo a fare la spesa con cazzuole e sacchi di cemento da barattare con il cibo ? Da qualche parte, in realtà, questo ritorno al baratto viene di già praticato.
In buona sostanza, conviene costruire, almeno per ora, dove c’è ancora del vuoto.
Che però, a detta di tutti (a mezza voce, si intende, tale notizia è diffusa) è ben poco. C’è poco, pochissimo vuoto. Per qualcuno addirittura, non c’è ne è più, un vuoto di vuoto, per usare un gioco di parole.
In realtà, sebbene siamo addolorati per la sorte di questi nostri colleghi sfortunati, (sorte che, detto tra noi, può capitare a chiunque), siamo altresì convinti che l’edificazione a oltranza non può arrestarsi, pena la decadenza economica e irrimediabile del nostro Paese. E di questa tendenza edilizia siamo tutti arciconvinti, tendenza originata nella notte dei tempi e che pur ha trovato, saltuariamente, degli oppositori con loro validissime ragioni. E’ stata la crisi economica spaventosa che ha attanagliato le nostre società anni orsono a convincerci, di generazione in generazione, della giustezza della pratica edilizia quale unico volano di sviluppo economico.
E così, siamo diventati tutti edìli, (o èdili ? ) che poi, come si sa, nell’antica Roma era un magistrato che si occupava delle opere pubbliche o, addirittura, della polizia cittadina, sicché, quelli più colti tra noi scherzano con i colleghi culturalmente meno avvertiti con frasi del tipo ave Julius, fabricavisti murum in domo dominae ? Ovvero, latrones arrestavisti ? A dirla tutta, col tempo, e a furia di rimanere negli appartamenti a costruire, tempo per un bel libro ce ne è sempre meno e a poco a poco sono i nostri colleghi, qualcuno muratore di professione, a insegnarci espressioni gergali, frasi in dialetto. Alla fine, tutti siamo convinti che questa sia la vera democrazia: lavorare gomito a gomito, bianchi, neri, gialli, colti, ignoranti.
Libri non ne abbiamo (eccezion fatta per quei pochi che abbiamo infilato nelle nostre valigie, all’inizio del lavoro, ma ormai li abbiamo letti e riletti, quasi imparati a memoria), ma la televisione non manca mai. La sera, in quelle poche ore che ci concediamo per riposare, ci sediamo intorno al tavolo, insieme alla famiglia ospitante e ci guardiamo tutti insieme la tv, commentiamo le notizie, scegliamo i film (ormai hanno tutti il decoder). Diversi appartamenti hanno anche connessioni internet, sicché è possibile chattare, curare i nostri blog, comunicare con l’esterno. I cellulari sono ormai inutilizzabili tanto è lo strato di cemento edificato che le onde non passano più.
A volte, la lettura mi manca, e anche la scrittura, qualche pensiero da fissare, qualche emozione da registrare c’è ancora che attende di essere scritta. Ma a dir lo vero, lo trovo tempo sprecato, qualcosa di troppo cerebrale, nulla che non sia manuale merita di essere continuato.
I primi tempi, quando potevo tornare a casa, per poco, sono riuscito anche a sostituire i libri che portavo con me, ma ormai è da un po’ che a casa non torniamo e chissà casa nostra come sarà stata trasformata. E così non mi rimane che questa copia del Candido di Voltaire abbandonata in questo appartamento, forse murata dietro una parete, per sbaglio. Ma Candido non mi manca.
A dirla tutta, da qualche giorno ho ritrovato la voglia di scrivere, come dimostrano queste notarelle che vado incidendo nella calce fresca con un chiodo. Il problema è che la solitudine non è sempre sopportabile. Purtroppo, infatti, a furia di costruire con baldanza giovanile, sono rimasto isolato dal resto della squadra e della famiglia ospitante. Ridotto pressappoco a un loculo di due metri per tre. Per fortuna non mi manca la luce elettrica e, sarà stato l’istinto, sarà stato il caso, mi sono trovato in un lato della cucina, quella che include frigorifero e credenze, sicché non morirò di fame, non subito, almeno. Anche se a dirla tutta, un po’ di paura inizio a provarla.
A principio sentivo ancora le voci dei miei amici che mi chiamavano, poi, a poco, a poco il mio nome è diventato sempre più flebile: temo che, ormai, tra me e loro, ci siano metri e metri di cemento. E così, superato il primo impulso al panico, mi sono organizzato e sono tornato a scrivere, a pensare, a riflettere sulla nostra condizione. Non dubito che all’esterno, altre squadre, con martelli pneumatici, punte laser, perforatrici, si stiano adoperando per raggiungermi. E’ la prassi. Quando una squadra o un suo membro riomangono isolati per un po’ si tenta di raggiungerlo. Di solito, però, come già prima si è scritto, questi tentativi falliscono o abortiscono ben presto. Non credo di avere speranze e forse nemmeno mi dispiace. Me ne sto qui nel mio loculo a scrivere come un tempo facevano i romani, e così posso ascrivere anche queste pagine al mio lavoro manuale, a queste mani create apposta per lavorare. Non escludo nemmeno di tornare a edificare qualcosa, anche in questo buco, ormai è come una dipendenza, potrei tagliare a metà il loculo, adattando la lastra di cemento alla forma del frigorifero, potrei ricavarne due spazi, uno per la parte superiore e uno per il congelatore, ovviamente devo lasciare un po’ di spazio per me in piedi, è un’idea che prende sempre più corpo. Senza edificare ormai non riusciamo più a stare.
Ho il sospetto che la nostra gente sia sempre stata, nel profondo, portata all’edilizia. In fondo, le costruzioni hanno sempre prosperato nel nostro Paese, ovunque, lungo le coste, sulle rive dei fiumi, sulle colline, nelle campagne, nei centri storici. Diciamo che stiamo solo realizzando compiutamente il nostro destino.
sabato, febbraio 14, 2009
Cara Vincenza,
a parte la familiarità con questo nome...
mi fa piacere il tuo intervento.
Sai come è con il PD ? Uno diventa più severo con coloro in cui crede o a cui vuole bene. Il problema per noi elettori di sinistra è spesso una sorta di illusione ancora persistente che noi siamo meglio degli altri: più onesti, intelligenti, solidali, etc., etc. E questo è una sorta di stimmate politica che la sinistra si porta dietro per la sua stessa natura di partito che nasce per il sol dell'avvenire...E vabbè...
Capisco, quindi e, concordo. Ma come sempre la realtà (mediatica) è più veloce di ogni ragionamento, ormai, il che rende difficile fermare un cosiddetto e maledetto punto: chi è stato eletto in Commissione santià al posto di Marino, PD, cattolico, ma aperto alle istanze dei laici sul testamento biologico ? Una cattolica del PD ex teodem, per niente aperta ai laici, che ha già dichiarato di essere sostanzialmente d'accordo con il ddl della Pdl. Si è parlato di normale avvicendamento, ne ha scritto anche la Mafai, Veltroni ha giurato e spergiurato e, dulcis in fundo, la protagonista (mi pare si chiami Bianchi) ha ritrattato la precedente affermazione.
Ora, al di là egli esiti fallimentari, ho la netta sensazione che solo l'Ulivo era una soluzione accettabile per l'Italia riformista e che il PD, sommatoria di cattolici + diessini, aveva un senso dieci, venti anni fa...Ma ora ? Non ti pare che il leader del PD sia un po' troppo soft ? Bassolino e la Jervolino a Napoli, Rutelli e teodem in Senato,. leadership che seguono e nascono come funghi: mi e ti chiedo: di che stiamo parlando ?
Sulla Costituzione: guarda che se qui non si capisce sulle libertà individuali e sui diritti quale rappresentana è possibile...non c'è Costituzione che tenga.
Alfar
sabato, febbraio 07, 2009
Esisteva un tempo in cui il re, il sovrano, poteva ordinare di arrestare e condannare ogni suo suddito, secondo il suo arbitrio o capriccio. Poteva, altresì, modificare leggi che non gli gradissero, promulgarne di nuove che fossero a lui più favorevoli; espropriare chiunque, a proprio piacimento, di beni, terre, rendite, titoli. Poteva, addirittura, pretendere lo ius primae noctis ovvero strappare figlie e mogli ai rispettivi coniugi e padri, senza che nessun tribunale o garante potesse limitarne l’arbitrio. In realtà, un’epoca del genere nella storia dell’umanità non è mai propriamente esistita. Fin dai tempi dei Faraoni, infatti, ci sono sempre stati corpi intermedi che hanno limitato in qualche modo quella umana tendenza al potere supremo e assoluto.
Ma anche questo non è del tutto vero: c’è un Paese nel mondo in cui questa situazione di arbitrio assoluto del potere (nella fattispecie dello STATO moderno) si sta realizzando e questa nazione è l’Italia. Come definire altrimenti ciò che lo STATO italiano sta facendo a Beppino Englaro e quindi a tutti noi? Un uomo solo contro uno STATO che ignora e disattende sentenze della magistratura che hanno riconosciuto il diritto di quest’uomo ad esprimere la propria volontà e la volontà di sua figlia. Uno STATO che sta palesemente violando l’art. 32 della Costituzione che sancisce il diritto per ogni cittadino a rifiutare le cure (senza contare la violazione di un principio ben più universale che è quello all’assistenza sanitaria per tutti, come nel caso dell’obbligo di denuncia dei clandestini che ricorrono al pronto soccorso). Solo gli ipocriti corifei del Potere e della (Santa) Sede, capziosi cavillanti, stanno eccependo che siamo un Paese democratico e che il Parlamento, democraticamente eletto, sta democraticamente intervenendo, come è suo diritto (il diritto dello STATO !) nella vicenda Englaro. Per la difesa della VITA ! Mignottocrati che pontificano di vita e di morte ! (E senza offesa per le puttane che dimostrerebbero una diversa sensibilità verso questo padre).
A ciò si aggiunge il silenzio del PD, il partito-tentenna, che è ancora più colpevole, perché io, (e non solo io), in questo momento, sono pieno di rabbia, di paura, di impotenza e avrei tanto bisogno di una guida, di un punto di riferimento.
Non è, infatti, una questione di difesa della VITA a tutti i costi (belle le categorie astratte, facili da difendere, e poi un giorno quelle categorie si fanno carne, sangue, storia, riguardano i nostri cari, noi stessi…). No. Qui sono in gioco i diritti elementari, qui è in atto un assolutismo strisciante.
Chi ci difende contro uno STATO che vìola palesemente ogni principio elementare di separazione dei Poteri, di garanzia dei diritti del cittadino; uno STATO per altri versi estremamente garantista (si pensi alle intercettazioni telefoniche). Uno STATO che prende ordini da una chiesa cattolica ormai minoritaria nella sensibilità più profonda di questo Paese, una Chiesa che è ormai un residuato bellico, destinata all’estinzione. La mia vita non è della Chiesa cattolica, né dello STATO italiano !
Io chiedo, per pietà, che qualcuno mi indichi cosa fare affinchè possa far sentire a Beppino Englaro che non è solo. Io chiedo, per pietà, che qualcuno, che so, un sedicente leader politico della sinistra mi dica di essere in quella piazza, a quella determinata ora e manifestare la mia rabbia, la mia angoscia di fronte a questo sorpurso, a questa prepotenza insopportabile. A questo precedente pericoloso.
Io chiedo, per pietà, che in qualche modo ci mobilitiamo, non so come, ma, per dio, qualcosa va fatto.
Adesso !
Pasquale Faraco
PS Questa è la lettera aperta che ho scritto ieri, sull’onda della rabbia e dell’impotenza, commentando a caldo le notizie dei media. Ma poi mi sono perso l’ultima uscita del Berlusca, ovviamente ci doveva mettere il suo sigillo.
Anche su questo io chiedo che facciamo qualcosa. Già inviando mail di solidarietà ai medici della casa di cura la Quiete…
sabato, gennaio 31, 2009
ULTERIORE DILAZIONE
MACHINA 1
Il meccanismo è ancora scintillante nella dolce luce arancione del tramonto.
La macchina è perfetta e si staglia al centro del poligono.
Alcune figure si avvicinano alla rete metallica che cinge a protezione il meccanismo al centro.
Più uomini che donne sembrerebbe. Poggiano per terra sacchi, borse, buste di plastica, vari fagotti ammucchiati.
Tra poco sarà sera, il crepuscolo nel frattempo avvolge ogni cosa della sua luce riposante e triste.
Gli uomini e le donne infilano le dita tra le maglie, si aggrappano alla rete, si lasciano cadere, trattenuti solo dalle dita nelle maglie, provocano rigonfiamenti lungo il metallo intrecciato a scacchi.
Guardano tutti in direzione dell’enorme struttura che si innalza davanti al loro, al centro del poligono. Il meccanismo perfetto, la macchina strabiliante, la visione della quale concede loro un attimo di tregua.
Vengono da molto lontano, lungo il sentiero segnato nella strada polverosa, hanno ancora tanta altra strada da fare. La macchina ne ha visti parecchi di questi pellegrini, le loro borse pesanti, le scarpe impolverate, i visi tristi, contratti. Le borse pesanti soprattutto, come fanno a portarle, li vede da lontano curvi sotto questi pesi, qualcuno si accascia al suolo, lo lasciano lì tutti gli altri, proseguono la marcia, qualcun’altro ci prova a rialzarlo e si schianta anch’egli, al suolo, bloccato.
Questi umani malcerti su gambe tremanti, piegati sotto pesi enormi, aggrappati alla rete di protezione, affissano gli sguardi sulla macchina enorme, al centro del poligono nel crepuscolo che tutto avvolge nella sua luce riposante e triste, morente che declina verso il buio, tra poco sarà sera, qualcuno già pensa a come sarà camminare nel buio, una preoccupazione in più, una delle tante.
Ma c’è pure chi preferisce proseguire la marcia nelle tenebre, solo un flebilissimo chiarore che sembra fuoriuscire dal deserto, davanti a sé il nulla, si intravedono però da lontano le linee delle montagne, ma davanti a sé il nulla in cui proseguire la marcia.
Al di là della rete, i tecnici preparano l’esibizione serale a beneficio dei vips, venuti fin là per assistere alle mirabolanti prestazioni della macchina, il meccanismo perfetto che si staglia al centro del poligono. I soldati all’esterno iniziano ad allontanare i pellegrini, i vagabondi, i randagi che non riescono più a staccarsi dalla rete. Gli ordini sono precisi, vanno allontanati prima che vengano accesi i riflettori. Lo spettacolo è solo a beneficio delle autorità e dei reporters, questi lazzari laceri costituirebbero uno scenario imbarazzante. I consulenti scientifici e gli addetti stampa in un hangar riscaldato danno un ultimo ripasso agli appunti, ai passaggi del discorso, i brani della presentazione, alla fine sempre le stesse parole ripetute da tempo, da quando la macchina è stata collocata al centro del poligono ed è entrata in funzione. Prove sperimentali, non altro può fornire un prototipo, prima della messa in servizio occorrerano numerosi test ed esibizioni come questa, forse una nuova macchina che recepisca le modifiche necessarie alla prima, i difetti di funzionamento da emendare. Non importa: averla costruita, averla posta al centro del poligono è già motivo di vanto, motivo di orgoglio per chi l’ha progettata. Per la macchina stessa.
I primordi del progetto si perdono ormai nella notte dei tempi, prima ancora che iniziasse l’esodo, prima che il deserto prendesse ad avanzare inarrestabile in ogni direzione mangiando la terra, le città, i continenti, perfino il mare. Prima di allora, in qualche laboratorio, pionieri della cibernetica prevedevano macchine che potessero auto costruirsi, auto progettanti, a partire da pochi, minimi, imputs iniziali, un semplicissimo programma che crescesse e si ramificasse e si perfezionasse nel tempo. Pochi elementi fondanti, essenziali mattoni che nel loro assemblaggio dessero vita a infinite varianti. E la macchina così si è formata, nel tempo, a poco a poco, il meccanismo perfetto, se anche non lo fosse nella pratica, sarebbe stata già di per sé un’enorme conquista.
Anche gli ospiti di riguardo, giungenti su enormi auto, non possono fare a meno di affissare lo sguardo in quel meccanismo che mai smette di operare, di progettarsi, di perfezionarsi, di crescere. Il meccanismo che è in funzione anche ora, davanti ai loro occhi, in funzione sempre.
Si accendono i riflettori.
Gli ultimi viandanti a lasciare la rete, ad allontanarsi dal poligono, sono pochi uomini e una donna con un bambino, il quale non riesce a staccare gli occhi, cammina con la testa girata all’indietro, mentre la macchina illuminata al centro appare sempre più piccola, ma a poco a poco, funzionante sempre. Almeno questa notte avranno tutti un punto di riferimento. Alle loro spalle, quel nucleo pulsante di luce, il meccanismo perfetto, la macchina scintillante sempre. Davanti a sé le tenebre.
Aggiornerà e nuovi pellegrini si fermeranno alla rete e guarderanno la macchina e nuovi vips le verranno a rendere omaggio.
A qualche kilometro di distanza, un bambino conserverà ancora l’immagine della macchina sotto i riflettori, quel nucleo di luce, il meccanismo funzionante, conserverà l’immagine ancora per molto, cercherà ogni tanto, voltandosi all’indietro, se da qualhe parte nel vasto orizzonte desertico ci sia ancora qualche traccia di quel prodigio a cui ha assistito, continuerà a camminare con la testa rivolta all’indietro ancora a lungo.
Finchè un torcicollo, ogni tanto, avrà la meglio.
sabato, gennaio 24, 2009
PICCOLA INTERRUZIONE
DISSIMULAZIONE ONUSTA
L’unica cosa da fare è fingere.
Tenersi tutto dentro.
E’ orripilante ma un po’ di decoro ci vuole.
Pare che si faccia così, tra i grandi, gli adulti, che dissimulano, fingono, abbozzano, troncano, sopiscono, simulano, e parrebbe che uno serio, davvero, non possa riuscirci.
Quali turpitudini, davanti al tuo seno, continuare a parlare dell’ultima mostra di Hearst, provando ad essere originale, invece di afferrarti; e così davanti a Mario, il signorsotuttome, il signormilleeunaesperienza, che uno lo vorrebbe tanto strozzare, appena lo vede.
O davanti a voi tutti, gettare il bicchiere e scuotervi uno ad uno, pietendo, implorando, uno sguardo, una dolce parola, un complimento, ma anche solo un sussurro.
Non si può.
Non si può, in base alle regole della buona educazione, mostrare i propri sentimenti, bisogna fingere, in base al Galeteo, siate dunque graziosi e domestici a tavola, non raccontate storie malinconose, non parlate di dolorosa materia. E nell’istesso tempo, prendasi dunque la onusta dissimulazione e lascisi le cose ingenue e dal cuore provenienti. Si discorra di arte e litteratura ma come uno che non voglia addivenire a intensità di adfirmatione ovvero robustezza di pensiero. E soprattutto che venga tacciato di ovvietà. Non si dia impressione di dabbenaggine e di purezza di core. Fuggir le parole meno che disoneste: e la onestà consiste o nel suono o nella voce o nel loro significato. E se esso è preno, carico, intenso, lo si espunga e si cassi la parola.
Che mai si diano a vedere gli autentici moti del cuore, ma che gli istessi si tengano nascosti e sulla punta della lingua rampolli solo la loro alligorica significiatione.
E se sei un servo, stai al tuo posto, e che anzi Tu apprenda al più presto il pratico farsi de’ comandamenti del superiore acciocchè, nel viso guardatolo, ciò ch’ei voglia, Tu, intenda.
E questi qua intorno a te, ora, sono tutti superiori.
E tu sei solo uno, e devi stare al tuo posto
Uno.
Com’è pesante sta finzione.
sabato, dicembre 13, 2008
Ohhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh
Esclama, ora, una donna affacciata al balcone
Esclama, ora, con voce squillante, voce festosa, Obeta, voce vitale, mentre solleva, con uno schiocco delle dita, le veneziane elettroniche di seta e alabastro sottilissimo.
C’è il sole, fuori.
Guarda sempre fuori Obeta, guarda sempre il cielo, il sole, non appena si sveglia, ogni volta che è in superficie, emersa dal Centro incassato.
Nella Bassa.
Ogni mattina.
Bassa ormai, qua e là, da acqua di mare invasa.
In superficie, in superficie, ogni tanto si deve pure andare in superficie, come sometimes ricorda a Capitan Harlock suo attivissimo collaboratore, alias Odile Biasotti, ex partigiano, ultracentenario manga addiction. E così Obeta si è pigliata na pausa, nu breack dall’alacre, pur sempre creativo, ma nu poco scucciante, stressante lavoro nel Centro che sta sotto.
La Bassa.
Collocato.
E così è venuta a stare nu poco nel residence-bugalow che sta proprio perpendicolo al Centro, in alto.
In sperfie, appunto.
Ohhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh torna a esclamare, ma un ohhhh mò calante, la fonè renderebbe meglio della scrittura il passaggio dalla prima alla seconda delle emissioni vocaliche indicanti stupore, meraviglia, taumazein. Dal primo ohhh squillante, in alto i cuori, all’ohhh più triste, più chiusa la o, sono rivolti al Signore, che quello il sole come è comparso, accussì è sparuto, cancellato, abraso da questo manto di diossina e antrace che pure sulla Bassa prende a dispiegarsi, attraverso il vento portato fin dalla Discarica a cui, peraltro, quel manto diossinico fu, a sua volta, regalato, dalle lande nordiche. Ma perfavò duttò, gnente dibattito meridionalista, eh duttò, peffavò.
Ma regalo vostro fu, di voi borei, di voi nordici, insiste Aitan, disquisice Aitan sulle cause e concause del…udite, udite…sottosviluppo del Mezzogiorno, perchè voi ci avete sempre trattat…ma la mission, Aitan, la mission – lo blocca Obeta nelle sue contromails di risposta, la mission, Aitan, la mission è più importante e il tempo nemmeno più bastante, pensa Obeta, mentre, ora, nemmeno più il sole vede sul cielo della Bassa; sole, ormai coverto dal manto diossinicoantracico.
E’ la mission che conta, l’inveramento della mappa, il farsi carne e sangue delle linee, dei segni, delle parole, il passaggio dal virtuale al reale.
Per potere poi colpire al cuore il Potere Centrale.
Sorbole !
E ripassare, così, poi, dal reale a un nuovo virtuale.
Minchia !
Insomma, caro Aitan, bisogna fare presto, che pure qua sta tracimando il percolato.
Ma quello Aitan, si sa, è a buon punto. ’O verament’. Tutto trionfante e gongolante ha comunicato, attraverso il palmare che tiene incarnato nel palmo della mano, l’avvenuto ritrovamento del segno con le puttane buscato, cercato, l’eques qui in mare se mergit, il cavaliere che si tuffa a mare. Grazie ad Amigdà, uscita dal suo nascondiglio, ma non ancora allo scoperto, e mischiatasi alle altre lavoratrici della ciucia, nonostante il perdurante profluvio di sangue dalla sua…ciucia.
E Aitan ha pure festeggiato alla grande il ritrovamento del segno, col nugolo di puttane e trans da cui è stato aiutato, sostenuto; da cui è adorato. Ah ci stanno pure i trans ? Sì, si son aggiunti pure essiesseloro, per innata curiosità sperimentale.
E ora ?
Una tortora si posa sul davanzale della finestra a cui è affacciata Obeta, e di
nuovo un
Ohhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh altro squittìo di sorpresa per l’aere si riversa e…la tortora vola via dalla finestra.
Bisogna entrare nell’Orifizio, caro Aitan, scavare, grattare, rimuovere l’ostacolo, il corpo opaco e giù, scendere giù, oltre lo schermo e io vi entrerò teco, attraverso i sensori e gli occhi elettronici e i cuori, i tanti cuori che qui nel Centro battono all’unisono per la realizzazione di questo progetto.
Sì, ma quale ?
Rendere, di nuovo, come un tempo, ogni uomo un dio, un creatore.
Come tanti e tanti anni fa, eoni, ormai.
Progetto ambiziosetto anzichenò.
Ah sì, ah bene, borbotta Aitan, sta nu poco preoccupato, si è ammosciata la festa, entrare nell’Orifizio mica è una pazziella, quello chissà che ci starà là sotto, il gatto mammone, il munaciello[1], qualche anima del Purgatorio puro bello incazzata…stai calmo Aitan, lo rincuora Obeta, prontamente tornata sotto, nella sala operativa del Centro, ove pulsano le menti e luccicano i cuori.
I quali cervelli, nel Centro, lavorano in rete, apportante ognuno il suo contributo di creatività, senza più orari, senza più padroni, con gioia e con amore si va a lavorare…ognuno a fare ciò per cui è più portato.
- Stai calmo Aitan e tu Capitan Harlock puoi spegnere la sigla di Capitan Harlock, appunto, un mantello tutto nero, etc., etc., ? Stai calma tu, Obeta – rilancia Odile Biasotti - per fugare paura, torniamo al testo, alla mappa, alla littera, in sola salus scripturā, e alle didascalie in essa mappa incorporate. Vediamo un po’, ah sì ecco: in Orifitio puer altus erit a patris sanguine…quindi, nell’Orifizio, il fanciullo sarà nutrito dal sangue del Padre, sanguis dictus colata, la colata iniziale di sangue e umori vitali di DiegoArmando che penetrerà e intruderà il permafrost di silicio e carneumana costituente la superficie della Discarica sull’Orifizio incidente. Ok.
Il pobrecido DiegoArmando, acciso, matato dal pezzodimmerdagentedigos Decio Rupe, così come abbiamo letto nel primo capitolo. Val curdeev ? Ve lo ricordate ? Amarcord…
- Andiamo avanti
Ora, a proposito dell’Orifizio, qui è scritto: (…) et in dicto sacro foramine quisque poterit fieri Odyssesus…id est poterit se ipsum perdere, a se ipso dividi, rursus se invenire. Quindi, nell’Orifizio, chiunque può diventare Odisseo, perdere se stesso e poi ritrovarsi. Non mi pare poi così grave. D’altronde, illud foramen ex metallo et carne et colata patris factum, cioè solo metallo e carne ci sta dentro all’Orifizio.
– Sì sì e pure strati e strati di monnezza quivi sversata dai primi anni Settanta del secolo scorso, del millennio che fu, e anche prima – chiosa Aitan – ma perché non ci scendi tu Capitan Harlock ? Por diòs, ci sta sicuramente un mondo a parte là sotto, chissà quali esseri mutanti, nuove specie, meravigliosi intrecci, mostruose forme avrà generato il Biòs stuprato, a quelle profondità. E che mozzicano pure ! Sti cazzi. E se poi mi piglio qualche malattia ?
- Non c’è altra scelta, Aitan – rilancia Obeta - per sapere esattamente di quali poteri è dotato Muzzarè, come può aiutare la causa, dipanare il rigetto, pardòn il progetto, portare avanti questa narrazione, giunta ancora una volta a un punto morto.
Insomma, Aitan, Muzzarè vi è entrato e pure Amigdà che lo ha accudito, stando al primo capitolo e pure Alfàr.
E si vede ! – ribatte Aitan – che quelli ormai sono scomparsi tutti e tre, sono solo nomi, ormai, flatus vocis, altro che ritrovarsi. Quello l’Orifizio li avrà sicuramente frantumati, disgregati, oh madonna…ma poi come si chiama veramente stu Alfàr ?
Lo sai che non possiamo rivelarlo, per tema di intercettazioni. Tu, invece, se ho capito, vuoi abbandonare ancora una volta la lotta, la lucha, così come hai abbandonato Marcela l’india a Buenos Aires. Ricordi Aitan ?
Certo che è nu poco fetentella sta Obeta, eh, ma tu guarda un po’, che quello Aitan vorrebbe dimenticare tutto quel periodo, Sinonomè, le torture, la tenzone verbale con suor Purificaciòn, il rebus indecifrabile, il cumulo di parole ! L’oblio ci prenderà, l’oblio ci prenderà e stu oblio non ci prende mai…certo le donne quando vogliono ottenere qualcosa…
- Tu stare calmo Aitan – ecco finalmente Amigdà esce allo scoperto, si presenta – tu stare calmo, io sono Amigdà e come tu vedere io ancora viva. Se in Orifizio tu volere entrare guardare segno, guardare e ricordare…
E così Aitan, superato in breve tempo lo shock per la sopresa di vedere in carne e ossa un personaggio di parole e suoni, si avvicina al segno indicante l’entrata all’Orifizio, il cavaliere che in mare si tuffa e che quelli del Centro non hanno ancora interpretato e meglio osserva e flash-bang-flash…dalle profondità della sua amigdala affiora finalmente, sullo schermo del cervello, l’affresco, la figura originaria, la tomba del tuffatore a Paestum, il giovane che in mare si tuffa, nel puro nulla da cui tutti proveniamo, il sottoscala in cui tutti siamo il concentrato di milioni di anni di vita umana, affresco tombale, nuovo viaggio, nuova vita che sempre morte e vita si intrecciano e strecciano, il ricordo di quella volta con suo padre al mare, da sopra a quel pontile, quanta paura per tuffarsi e poi, infine…
- Uè MUZZARE’ vuò fa ambrèss ! – ecco che invece risuona, ora, la voce sguaiata di quella pereta di Zinna Rocia, qua dentro alla Vela, dentro a stu microfono, nel loft superaccessoriato di Amlè, ultimo piano, siamo quasi in cielo. Urla quella zoccola, manco stesse affacciata al balcone, quella pereta, tutta ’nzeriosa che deve andare a fare shoppìng e torturarsi così a Muzzarè, al moschillo che, dal canto suo, è molto lieto e impaurito di farsi torturare da essa lei.
Da quella pereta affacciata al livello.
Ora e sempre.
Ohhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh
[1] Sempre ad uso dei lettori furastieri, per munaciello (alla lettera piccolo monaco) si intende un folletto domestico birbone, n.d.r.
sabato, dicembre 06, 2008
Zì Peppì, io sono solo sicura che…glu, glu, glu, sta saglienn’ finalmente ’o ccafè…sta saglienn’, l’antico rito si ripete, mentre sbadigliano in tuta anticontaminazione i funzionari del Ministero dell’Ambiente (si fa per dire), preposti alla verifica di chi entra e di chi ese dalla Discarica. Si sono attrezzati bbuono essiloro, in una casamatta cubica color crema, a ridosso della frontiera, del checkpoint Gennarino, all’altezza di Formia.
Mara aspetta, insieme ad altre quattro o cinque persone in una bianca stanza, con mura scrostate, solo sedie e un neon in alto a illuminare.
E’ l’alba.
La donna ha appena varcato la soglia, ziiip, il telepass, il casello e prontamente è stata intercettata dalle pattuglie degli sbirri e marò S. Marco, gli autoblindo, le cellule fotoelettriche, sensori laser a chiudere ogni varco.
Ad ogni entrata, ad ogni uscita va applicata la procedura. A questo proposito, il Ministero dell’Ambiente, congiuntamene con quello degli Interni aveva già perentoriamente richiamato gli organi competenti e i dirigenti territoriali a un vieppiù stringente controllo sui veicoli in entrata e in uscita, ricordando che, nonostante le procedure di routine, diverse forme virali inedite erano già state diffuse per l’intero Paese, da individui usciti clandestinamente dalla Discarica. Gli organi competenti e i dirigenti territoriali, a loro volta, avevano prontamente risposto che avrebbero vieppiù controllato, solo che qualcuno, tra i suddetti organi e dirigenti, nel chiuso del suo ufficio, si era permesso di pensare: ma quelli che entrano, che cazzo li controlliamo a fare ?
Ma così è se vi pare.
E’ l’alba.
Mara attende il suo turno, il momento in cui il suo corpo sarà di nuovo monitorato, sondato, analizzato, la sua psiche scannerizzata, i vestiti, la biancheria intima desiderata. Successe così anche a Bolzaneto, non è così Mara ?
Ricordi Mara ?
Le occhiate assessine, le urla, le unghiate, le Voci perforanti, le dita che frugavano, tra le pieghe, gli interstizi, l’intervento di Ganglio. Eoni eoni, tempo, eoni fa.
Attende il suo turno Mara, mentre in tuta anticontaminazione i funzionari sorseggiano il primo caffè della mattinata, mmhhh na piccola pausa prima di ricominciare, prima di reindossare le maschere, nei ruoli consueti…tornare.
E’ l’alba.
Da qui, anche in questo punto che è ancora Lazio, già si intravedono, attraverso finestre-feritorie, il variopinto mare di buste, le dune policrome dei sacchetti di monnezza, i soliti zigguratt in fiamme ovunque buttanti l’enorme Discarica, ovunque le strutture ciclopiche dei Centri Commerciali, tutto inglobanti, ma dalla Discarica, a loro volta, inglobati.
In superficie, intanto, il rossastro cielo cromodiossinico rende difficile la vita agli organismi viventi, tranne agli esseri umani, ovviamente. Fin da qui, fin da ora, pure in questo punto così periferico, si avverte l’onnipresente afrore. L’afa perenne.
Ma solo da parte di chi quivi non ci è nato.
Anche Alfàr rimase così in attesa, quand’era ancora un essere umano, ma già portava quel nome in codice, sebbene ne avesse uno anagrafico, che ora più non ricorda; così in attesa, da queste parti, ma poco più avanti, più a Sud, verso l’antica Linthernum, detta poi Villa Literno e, infine, MULTIMEGASUPERWORLD, circondato da enormi fiori di tabacco mutanti, Alfàr, entrato clandestino, tornato in incognito nella Discarica, da cui era fuggito, anni prima. Comm’è carnale stu ciore, pensò Alfàr in quell’occasione, prima che entrasse nell’Orifizio e bloccato rimanesse nella Gran Rete bloccato; come è orgiastica la Discarica, pensò Alfàr, non ancora avatàr diventato, mi voglio proprio laciare andare, mentre tctctctc ossessive pale di elicottero sulla sua testa, le unità di controllo ovunque sorvolanti, ovunque, e Alfàr tutto sottocagato.
L’aveva detto a quelli del Centro nella Bassa sottocollocato, a Obeta, soprattutto, che no, non era una buona idea tornare nella Discarica, per cercare mappa, Orifizio, Muzzarè, monaco copista e quant’altro, che no, non era ancora pronto; che si sentiva ancora troppo debole.
Comm’ è carnale stu ciore ! Quanti pensieri di orge e umiliazioni, bondage e scene madri polluce. Mi voglio proprio lasciare andare.
Quante guerre che ha dovuto fare contro se sesso, pardòn stesso, Alfàr, finchè, trasuto dentro all’Orfizio, si è proprio frantumato, esploso, scuppiato, scisso, del suo nome anagrafico obliato. Ora ricopia, interpola, digita, posta questo benedetto documento sulla Grande Rete. Come face anche quell’altro, come si chiama ? Quello fuggito ad Angolo B…
Attende, si fa per dire, l’occasione di uscire, Alfàr, ma ogni tanto ricorda.
Ogni tanto.
E’ l’alba.
Anche Mara attende.
Di passare la visita ed entrare nella Discarica per cercare a Muzzarè il figlio suo e di DiegoArmando (sarà vero?), canosciuto in un pub sulla Domiziana, ove lei e Ganglio vissero per un po’, tra affari di Stato, villette a schiera, condominio lindo e pinto, da militari NATO, per lo più, abitato. La monnezza, tenuta a debita distanza dalle stanche truppe imperiali.
E lei sta, ora, attraversando di nuovo quella frontiera di cuore e ragione, quell’ultima Thule della logica, la zona membr(o)anale, per andare giù, sempre più giù, in basso, oltre gli orli e arrivare, così, una buona volta, laddove tutto è iniziato.
Anche se poi, in fondo, non servirà a un cazzo.
Com’era bello DiegoArmando, la buon’anima, allora, detto il Sarracino della Domiziana, gli eterni raybban a specchio, o giumbott’e’pell stile easy rider, i capelli impomatati: pareva Scamorza, quell’attore famoso.
Scusate Onna Assuntina, ma non avevate detto prima che assomigliava a Banderàs ? Ma che cambia Zi Peppì ? So’ solo nomi…
Bello comunque lo era DiegoArmando che inchiodò Mara con il suo sguardo scippacore, empì il suo vuoto, la colse alla sprovvista, la ingravidò.
Non che Mara, però, ricordi tutto per benino di quella sua terza gravidanza…nozzignore….Tutt’al più, di DiegoArmando ricorda l’odore, quel misto di sudore e testosterone, Docie&Gabbato e uoglio fritto che la faceva venire dentro alla mutandina. Quella, a Mara, ci sono sempre piaciuti gli odori e i sapori forti, fin da quando, liceale a Milano, frequentava tossici e barboni, dalle parti della Stazione Centrale.
Ricordi Mara, quella volta, in quell’appartamento-tugurio a Rogoredo, in via Franköfel ? mentre in due ti chiavavano, davanti e di tergo, Aziz, lo spacciatore tunisino e un amico suo avvinazzato, su quel materasso di piattole e muffa trapuntato, le pareti dai parati staccate, la fessura nel muro, la linea di clivaggio ?
Ricordi ?
Fuori pioveva, mentre rannicchiata, abbracciate le gambe, in posizione fetale, i due ti pisciavano addosso, mentre fuori, ancora plumbeo il cielo, plumbeo, uggioso il Tempo.
Così era Mara, liceale perfettina anzichenò, figlia di affermati professionisti milanesi, lei pubblicitaria di successo, innamorata del suo segretario bielorusso; lui prof. di Letteratura Multimediale, alla Statale, da schiere di studentesse adorato, sinistra progressista, radical chic, pieno di danè, da generazioni, ma non si dice.
Così era Mara, studentessa modello, impegno politico, collettivi studenteschi, no-gloal, volontariato, fidanzato perfettino, il più bellino del liceo Berchet.
Così era Mara che il sesso, no, non sono ancora pronta, non è perché sono bacchettona, nossignore, i miei sono anche atei. Solo che…
E invece, poi, il dio cazzofallo te lo andavi a cercare ovunque nella città nordica, capitale morale, si annidasse il grunm, il marcio.
Perché a te solo il marcio eccita, non è vero Mara ?
- E chesta sarebbe la mamma di Muzzarè ?
- A parte che non è sicuro, ma perché, al fondo, non siamo tutti marci dentro ? - Cummarè, scusatemi, ma che signfica esattamente marci dentro ?
- Zì Peppì, la verità propria…è che non lo so. Io so solo che…Mara, a finale, il marcio se lo è proprio sposato, un bel marcio in giacca e cravatta: il fantomatico Ganglio, a cui molto si accenna in queste pagine e di cui poco si parla in questo documento che con tenacia continuo a vergare e a interpolare qui, in questo condominio, ad Angolo B, ancora e sempre assediato dalla sbirraglia androide e dal modello INDATRECCIA, in particolare, donna cyborg attrice ammaliatrice a cui so di non poter resistere, così come non riusciva a resistere a Melusina nemmeno il monaco basiliano che millenni fa, per primo, queste parole, ha vergato.
Ma io non mi arrendo.
Sì ma ogni tanto una interruzione ci vole, goccia dopo goccia eterna estate calda, Zi Peppì…’o ccafè sta saglienn’.
Avito ragione, per fortuna che ci sta ’o ccafè…
sabato, novembre 29, 2008
…estate calda, qui nella penombra c’è un bambinone e ancora impara.
Questa è una P38, canna zincata, manico madreperlaceo che da Paolo Uzzi Uzzi estorsore impasticcato di suo padre sulle terrazze degli chalet di Posillipo, preda della SOSTANZA, fin dalla tenera età, giunse a Callimaco- nome del cazzo- Luini, studente di Liceo a Urbino, città costruita al tempo che l’omm ancora s’etternava, ora, invece, è solo la quinta teatralturisica della mia disperazione, dai compagni ogni giorno seviziato, un dì sarà la P38 a parlare in classe per mio conto: FOTTERSI, FOTTERSI, FOTTERSI, il suo motto e l’anatema.
Da Callimaco la P38 passò a Sandra, adolescente a Vasto, l’ormone a palla nelle sere d’agosto, qua è solo chiavate e sballo, a uno a uno li voglio sparare nelle palle quelli che con una tenaglia mi hanno inculata, una sera d’estate, sulla spiaggia. Anche per lei FOTTERSI, FOTTERSI, FOTTERSI, ma con grazia femminea ci mancherebbe.
E così la P38 continua a girare e pure parecchio, per il Bel-Paese dove il sì-bang, sì-bang suona, prima di giungere a Te Muzzarè e prima di Te a tuo padre DiegoArmando; prima di aderire perfetta alla tua mano: i minuscoli frammenti di madreperla perfettamente incastrati ai pori, alle pieghe, alle linee del tuo arto.
A lungo conservata la pistola in un sacco di juta, in lungo e in largo per l’Asia condotta dall’uomo che l’ha madreperlata, soldato italiano, orefice, artigiano.
Ex morto.
Dopo che dal ghiaccio fu estratto, amato e in vita riportato da Zaìra, contrabbannera circassa, capo tribù femmina, sotto questa tenda, sotto questo manto di stelle, queste costellazioni IO&TU, non più visibboli, ormai, da quando la Terra è stata espulsa dall’universo, eoni, eoni, tempo, eoni fa.
E fu proprio in una tenda che d’emblée si ritrovò l’uomo, una anno prima alla nuca sparato da Hans, ufficiale delle essesse; in una tenda, tra questo popolo ancora nomade, ancora per poco, elemento primordiale della Terra, Asia, faglia del Biòs, linea di clivaggio, plasma trasudante genomi ammiscati, Orda d’oro, un tempo pollone fecondo di uomini, popoli, razze, il Tigri e l’Eufrate, qui, in questo sottoscala, sono il concentrato di milioni di anni di vita umana.
Riapre gli occhi, a poco a poco, il tale Marco o Marcè, o addirittura Marcuzio, Mercuzio, ah sì ecco Mercù… o qualcosa del genere: mò chi se lo ricorda, sono passati tanti e tant’anni.
Riapre gli occhi in questa tenda, con un foro nella nuca e un proiettile 9 mm nella calotta cranica, a 1 mm dall’amigdala, dalla bara di ghiaccio estratto, in cui fu ibernato: finanche alla morte è sopravvissuto.
Ma comm’a’fatt?
Cambierebbe qualcosa saperlo ?
E allora goccia dopo goccia, eterna estate calda, qui c’è un uomo e per l’Asia divaga, provando in apparenza a tornare a casa, nella cttàgranputamadre, ma gnente gnente, non ci riesce. E, invece, zigzaga, indugia, erra, senza disigino, senza ordine, senza costrutto arcuno.
A Samarcanda, ad esempio, dimorò piue di un anno con quattro mogli e un bazar di cianfrusaglie e patacche per oggetti d’arte spacciate. Ma l’essere stanziale, nonostante tutto, a lui non è congeniale, non ci piaceva, non è cosa sua, ma nemmeno lo decide, come gran parte di quel che si face e allora via, di nuovo in viaggio, verso l’occaso, goccia dopo goccia, eterna estate calda.
Bisogna pur tramontare, una buona volta…e che cazzo !
La P38, a sua volta, per dovere di cronaca, va (ri)detto che gli fu sottratta a Budapest, mentre la (Carr)Armata Rossa penetrava in città, ma questa parte della storia attende, ancora, di essere vergata e rimembrata. In dettaglio.
E, così, dopo tanti e tanti giri, giranni, la P38 giungerà a Te, Muzzarè, che dopo l’overdose di Angiolina - Odussè, Odussè - continuava a risuonare in’d’a’capa soia, insieme a mille altre voci, nel palazziello di Aversa, che Angiolina, nella fattispecie, era morta e Riccardino il cuginetto down…sparito.
Che bellu funerale ci facettero ad Angiolina che fu incriptata nelle viscere del palazziello e zia Rosara chiagneva sempre e zio Renato che s’era rutto o’cazz’, elaborato il lutto, alla bella vita di prima era tornato, gli affari sono affari, a raschiare vagine nell’agro aversano, a dirigere figariananente il suo outlet del capello, ad affiliarsi sempre di più al clan di Amlè, che chilll’ è uaglion’, ma è nu grande figlie e’bucchin’.
Solo che la zia Rosaria, per compensare la perdita di Angolina, continuava a chiedere oss-oss-ssessivamente una prova dell’esistenza in vita di Riccardino che Renato aveva portato a sperdere da qualche parte sul Taburno, massiccio appenninico del Sannio, non ancora sommerso del tutto dalla Discarica, nu po’ poc’, le pendici almeno, ove le solite donnone (solite come idealtipo umano, nun proprio e’stessi perzon’) avevano preso ad innalzare i soliti zigguràtt di monnezza e resti umani in fiamme e così via…
A’prova, a’prova, t’aggia rà a’prova e vabbuò, jammucenn, esplose ‘na matina Renato che zia Rosaria era tornata a ripetere la solita solfa. E fu così che il barbiere se ne andò sul Taburno a bordo di una Enduro, ovviamente appezzottata, portandosi dietro a Muzza. E pure là avvenne che al ragazzo apparvero strane figure, nel caso specifico, guerrieri sanniti…ih che flash, pure chella vota che a Riccardino lo trovarono che giocava a tresette in un bar di Vitulano e vinceva pure. Si era ben adattato alle costumanze locali e anche tu fai presto a crescere Muzzarè, a diventare Odisseo, Odisseo di Secondigliano, che poi senz’altro ci rivediamo.
Acussì me ricett’ Riccadino, chella vota, copp’ o’Taburno. E mi disse pure: quando te ne vai da Aversa, portati l’acelluzzo mio, il bel cappello dell’avo tuo e pure stu curtiello, stu curtiello sannita.
- Ma tu sì sicuro ? – perplesso chiede, ora, On. Mimì a Muzzarè, dopo aver ascoltato la rimembranza del ragazzo che da lui si è recato, di nascosto, sul tetto della Vela, elusa la sorveglianza di Pulifemo e Signorina, mutanti appartenenti alla paranza di Amlè, con un occhio sulla fronte e uno sulla nuca, che, a’finale, non riescono a vedere gnente, gnente…
Ma non elusa la sorveglianza diretta d Amlè che tutto vede e controlla…
Ma proprio tutto-tutto ?
Lascia fare…
Il quale Muzzarè, dal canto suo, è sagliuto fin sull’astico della Vela, per chiedere consigli a quell’ex consigliere di Amlè, consigli sulle Voci, le visioni e quant’altro, seguendo il suggerimento di Giggino Playstatòn.
- Ma tu sì sicuro ? – torna a chiedergli On. Mimì e quello Muzzarè gli fa vedere il coltelo sannita che ci regalò Riccardino, o’curtiello’ che Renato portò alla zia Rosaria come prova, non avendo trovato di meglio.
La zia Rosaria, a sua volta, continuava a non credere al marito barbiere. Solo che non ce la faceva ad andare lei stessa di perzona a vedere il figlio, perché era troppo ingrassata, magnava semp’ per via del dolore, non ce la faceva a muoversi. Puverella la zia Rosaria, quella era così bella, accussì ciacia, in carne sì, ma non una buatta schiattata !
- -Ma tu sì sicuro ? – Torna a chiedere perplesso e speranzoso On.Mimì, mentre Amlè, osserva la scena su uno dei mille schermi innervanti le mura del suo loft superaccessoriato.
Goccia dopo goccia, eterna estate calda, una domanda gira e rigira sempre nella capa, domanda continua, curtiello sannita, prova dell’esistenza in vita...ma tu sì sicuro?
mercoledì, novembre 19, 2008
Io so solo…quanta luce ci sta qua.
L’Assunzione di Donatello è bellissima.
Un’esplosione di segni, un bing bang di lucore assoluto. Da dentro.
Qui, sul marmo, in un centro incassato nel monumento funebre di Rinaldo Brancaccio.
Qui, nella cappella del presbitero di S. Angelo al Nilo.
Esco.
Mi inghiotte questa luminescenza grigio-rossastra, provocata dai miasmi dei rifiuti, dei gassauto, dagli incendi continui degli zigguratt di monnezza e resti umani, butteranti, ovunque, la puteante Discarica che cinge da ogni lato la cittàgranputamadre ove più non mi reco da eoni, tempo, eoni ormai e il cui nombre mi ostino a non ricordare…Nalipo, Opalin…o comm’cazz’si chiamm’.
Osservo.
Ora, invece, la brodaglia immonda ai miei piedi, violante il millenario tracciato viario. Di fronte a me, la statua del Nilo invischiata di bava verderame. Allora, invece, durante gli anni universitari…quanta luce…e sospira e ricorda una parte del cervello di Rino Marrano, consulente amletico, mentre insieme a Marta Rattazzi Onesti (MRO), consulente, a sua volta, di quel gran…critico d’arte dell’Osvaldo Schiuma Carlinga (OSC), sta allestendo la mostra di Gorko, artista postmoderno di origini albanesi, definizione di postmoderno e di albanese, che lui stesso, in una recente intervista, ha dichiarato di rifiutare e di schifare alquanto.
Ma quello OSC ne ha aiutati di artisti, tra cui vale la pensa segnalare: Cinzia In-stalla drag queen dei Quartieri Spagnoli che fa del post-primitivismo ragione di vita e racconta con bottoni e slinguazzate sugli spettatori la sua difficile infanzia nel Quartiere un tempo accampamento per la truppa ispanica; o De Mallardon artista franco-tagiko che ormai ha stabilito la sua residenza artistica nella Discarica che egli continua a disseminare di opere create proprio con la mondezza, nell’ambito della perenne, ormai, su citata mostra Monnezza e(‘)bellezza, non disdegnando di praticare anche, sotto, l’influsso del genius loci, un po’ di traffico di armi e di droga con i guerriglieri tagiki, perché, oggi, situazionisticamente parlando, anche trafficare in armi, se fatto con un certo stile, è opera d’arte.
A questi va aggiunto Gorko, appunto, che OSC non ha esitato a definire, nonostante la giovane età, una sorta di caposcuola e per il cui stile il criticone ha coniato la celeberrima definizione di………………….prepostmoderntramnspunkconcettualammescafrancesca.
E così Gorko è sulla rampa di lancio e questa personale costituirà la sua affermazione definitiva.
Tutto è pronto, allertata la stampa internazionale, nazionale e locale, il jet set intellettuale, economico e politico, il vernissage da sballo, l’evento in mondovisione con Cinzia In-Stalla che slinguazzerà alla grande e qualche gruppo musicale a sorpresa e Sostanza a fiumi e Car-linga bello carico e pronto a sparare qualche altra…definizione, nuovi slogan, altre tendenze, solo parole.
Al Bue Chinina, per la precisione: uno degli enormi hangar museali che costituiscono parte del livello della Vela detto alla romana da a’Curtura, all’occorrenza galleria espositiva, deposito d’armi, dj-set permanente, set di film prono, pardòn porno. Innumeri , a loro volta, i livelli della Vela, sopra e sotto si estendono, serie regolare di informi forme poligonali, curvilinee topoillogiche, uniforme, seriale, si succede in alto e in basso, senza disigno, senza costrutto, senza ordine arcuno.
Alacre procede la preparazione della mostra, alla Galleria, ogni dettaglio va curato. Amlè, si sa, è perfezionista vuole che tutto sia perfetto, senza sbavature: ci tiene a fa’ bella figura.
Anche perchè l’avvenimento sarà visto da tutti. TUTTI ! Letteralmente…
Trasmesso sarà, infatti, in mondovisione, attraverso il supemegacentro multimediale di che Amlè tiene di nascosto incassato nelle viscere di quel Castello…come si chiama ? Mah sì quello sommerso…? Vabbè ci verrà in mente. Per il momento, zitti, è un segreto.
La gestione della Galleria è stata affidata a Marta Rattizzi Onesti (MRO), protegee come si diceva antea , del suddetto critico OSC, laureatasi a pieni voti al DAMS Di Bologna in Storia dell’Arte di Oggi stesso, con una tesi su: Semiotica dei rifiuti – L’immondizia è opera d’arte ? Masterizzatasi, indi poi, in varie università europee, rampolla di un’antica e nobile famiglia felsinea, ab ovo.
SOCC’MEL!
Rientrata in Italia, la fica artisticomanageriale fue adocchiata da quel gran volpone dell’Osvaldo ad una conferenza dal titolo: Duecento anni di arte concettuale: e non ci basta ! Che culo che tiene sta critica d’arte, come s’atteggia, se la tira assai e me lo tira tutto, efficacissimo il tuo intervento, puntuali le tue osservazioni – prese a intortarla il maitre a pensare. La MRO sdilinguò tutta all’approccio del grande critico, un pezzo grosso del settore, anzi grossissimo, un vero supercazofallo della storia dell’Arte. Così, passeggiando tra i portici, schivando la merda dei cani, i corpi dei punkabbetsia e degli immigrati maghrebini, le risse tra studenti universitari, gli sbirri antisommossa, mbriachi e sballati, ah neanche Bologna è più quella di una volta, si misero a parlare del lavoro che Osvaldo aveva fatto, giù, alla Discarica, wonderful, e della tesi d Mara. Assai il rusco mi interessa, l’immondisia mi eccita mucho, con la z emilianamente parecchio strascicata, e allora dai, vieni giù con me ci divertiremo, dai vieni nelle parti basse, visita il mio perizomino leopardato, vinci i pregiudizi contro il mezzogiorno, fammi un pompino. Mbnn mbnon ho mbpregiudiusi, lo sai, mmbbio mmbabbbo, ci ha mbbituato a mbischiacri con la mbblebe, anche la plebe del Sud, scolastica asserì la MRO con il pennello del critico in bocca.
Marrano, a sua volta, espert e’tutt’cos’, nella circostanza specifica, funge da supervisore, suggerisce, a volte si scontra, più volte indifferente, col bel ciuffo negletto sulla fronte, torna spessissimo a quei meravigliosi dì, gli anni universitari, ih che pippa, che uallera…va in trance o’veramente.
Come ora, ad esempio…
Quanta luce.
L’Assunzione di Donatello è bellissima . Un’esplosione di segni, un bing bang di lucore assoluto, da dentro.
Qui, sul marmo, al centro. Del monumento funebre d Rinaldo Brancaccio.
Qua, nella cappella del presitero di S. Angelo al Nilo.
Esco.
Mi inghiotte la luce speciale di questa città: sole e pietra millenaria, cielo e mare, ancora per poco. Il cancro che io ho dentro e questa terra ha sotto, sta per esplodere, questione di anni, di giorni, di secondi.
All’esterno della Chiesa, panoramico da sx a dx, intercettando nell’ordine: morbide studentesse, a’signora che venne e’spighe e’gran’ e/o e’sigarett’e’contrabband’, e’llucc’ e’scipp’, o’burdèll, o’ caòs e fermo lo sguardo sulla statua del Nilo, di fronte alla chiesa, conrnucopia perenne, dono di mercanti egizi, sopravvissuta nonostante tutto a guerre, stupri, famma, forche e farina adulterata.
Chissà se riusciremo a sopravvivere al cancro che u-u-u-u sta pulsando nelle viscere di questa città – non lo sentite ? – massa molle grigiorossastra, anch’esso frutto del Biòs, pulsa ed enfiatasi sempre di più, polverizzando strati e strati di organismi biologico-pensanti, nel tempo succedutisi, greci, romani, normanni, angioini, aragonesi, spagnoli, piemontesi, americani, tutti ammiscati, inglobati nella pietra, nel tufo che tutto ha assorbito, nel corso del tempo.
Puvuriello a’Rino Marrano che di sé s’arricorda solo di questa tranche de vie, questa mitica età dell’oro, chissà se poi è così veramente, frames di vita sua, gli splendidi, meravigliosi anni universitari.
Puvuriello a Rino Marrano che tiene l’obblio degli anni dopo e degli anni prima e si è ritrovato d’amblees, a fare il consulente di Amlè neon-boss 14enne. Accussì., all’improvviso.
Così, come all’improvviso in’d a’capuzzella soia, flash-bang-flash, compaiono anche immagini che lui non sape riconoscere, le più diverse, rimontanti le epoche a volte, le epoche, anticipanti, forse, il futuro.
Che paposcia che sei Rino Marrano, che palla, che maroni ! Pensa ora Amlè dal suo consulente ossessionato e il suo consulente ossessionante.
Una uallera oltremodo enfiata questa carta vergata. Goccia dopo goccia, eterna…